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Crisi venezuelana: tra i confini con la Colombia e il petrolio

settembre 24, 2015 by Italo 

Continua incessante e inarrestabile l’afflusso di colombiani verso il Venezuela. Il Presidente venezuelano Nicolàs Maduro ha addirittura denunciato una quasi “invasione” del paese da parte degli immigrati colombiani. Secondo quanto sostiene Mauro Bafile – direttore de La Voce d’Italia a Caracas – il Presidente Maduro dimentica l’enorme ricchezza che la presenza di colombiani rappresenta nel paese in termini di lavoro e interscambio culturale. Il Presidente Maduro ha fatto notare inoltre che dall’inizio del 2015 ad oggi 121.000 colombiani hanno varcato la frontiera venezuelana. Si tratterebbe soprattutto di persone con bassi livelli di istruzione e privi di denaro che sfuggono alla guerrilla colombiana cercando rifugio nel Venezuela socialista e nei molteplici benefici sociali che il paese offre. Ciò riflette sempre l’opinione del Presidente Maduro, parere che è stato smentito nei numeri in quanto i colombiani giunti in Venezuela non sarebbero tanti quanti quelli indicati dal Presidente.
Attualmente in Venezuela vivono circa 5,6 milioni di colombiani che usufruiscono delle politiche sociali garantite dallo stato venezuelano. Ma ciò che desta maggior preoccupazione è il fatto che assieme ai colombiani sono arrivate nel paese anche le mafie e le bande paramilitari, queste ultime pronte a destabilizzare il governo che ne ostacola i traffici e che ne contrasta gli interessi.
Come conseguenza della crisi dei confini che il Venezuela sta attraversando, il Presidente Maduro ha deciso di dichiarare lo stato di emergenza nella regione del Tachira nel mese di agosto. Questo ha comportato la militarizzazione della frontiera tra Colombia e Venezuela nonché la sua chiusura al transito di merci e cittadini. La misura è stata presa inizialmente per 72 ore ed è poi stata prolungata per un tempo indefinito e approvata dal Parlamento all’unanimità. Lo stato di emergenza è una misura contemplata nella costituzione in situazioni eccezionali e prevede la sospensione di alcune garanzie (per maggiori informazioni consultare il seguente link http://ilmanifesto.info/lo-stato-deccezione-del-tachira/). La decisione di dichiarare lo stato di emergenza nella regione del Tachira è avvenuta a seguito di una serie di spiacevoli eventi che hanno recentemente coinvolto tale zona. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, però, è stata la recente aggressione di un gruppo paramilitare a un’unità di frontiera venezuelana. Nonostante oltre il 70% della popolazione venezuelana di frontiera approvi una tale misura eccezionale, alcune Ong che tutelano i diritti umani – come Provea – si oppongono allo stato di emergenza e protestano contro le campagne a loro avviso xenofobe nei confronti degli immigrati colombiani. Anche il Presidente colombiano Santos è intervenuto esortando le autorità venezuelane a rispettare i diritti umani degli immigrati colombiani e denunciandone le deportazioni forzate.
L’8 settembre Maduro ha deciso di chiudere un altro grande confine tra lo stato Zulia in Venezuela e il Guajira in Colombia mentre il 14 settembre ha esteso tale misura al di sotto della frontiera tra tra gli stati Apure e Arauca. Poiché le tensioni tra i due paesi confinanti continuavano, lunedì 21 settembre i due leader si sono incontrati a Quito in Ecuador per cercare di risolvere una tale “crisi dei confini”. I leader si sono accordati per una “progressiva normalizzazione” dei loro confini comuni anche se non hanno ancora stabilito una data per la riapertura degli stessi. Nonostante ci si stia muovendo lentamente verso una soluzione di tale crisi, un ex diplomatico ritiene che questa crisi rappresenti una delle più preoccupanti nei tempi recenti.
Dal canto suo, Mauro Bafile esprime numerosi dubbi sulla decisione di militarizzare e chiudere la frontiera venezuelana a pochi mesi dalle prossime elezioni parlamentari. Anche la Mesa de la Unidad Democràtica – la principale coalizione di centro e sinistra del paese – ritiene che lo stato di emergenza possa essere considerato una “prova generale” in vista di un’ipotetica sospensione delle elezioni parlamentari che con molta probabilità il governo avrebbe già perso.
Sempre Bafile ritiene che lo stato di emergenza sia stato dichiarato per distogliere i venezuelani dai reali problemi del paese, ovvero l’alto costo della vita e la caduta libera del prezzo del greggio. Le ragioni del calo del prezzo del petrolio sono essenzialmente tre: l’eccesso di offerta, il rallentamento dell’economia cinese e il recente accordo sul nucleare iraniano. Per quanto riguarda la prima ragione, i produttori Opec hanno deciso di mantenere inalterata la loro quota di produzione di petrolio per timore di perdere fette di mercato, mentre anche l’offerta di petrolio americano è in costante aumento. La contrazione dell’economia cinese, poi, fa supporre un consumo di greggio più contenuto. Infine, l’allentamento dell’embargo per l’Iran previsto dal nuovo accordo raggiunto, permetterà al paese di esportare nuovamente greggio. In un paese come il Venezuela che dipende per il 95% dal petrolio, la caduta del prezzo del barile di greggio rappresenta un duro colpo per l’economia nazionale.
Senza addrentrarci ulteriormente in questioni economiche, si può concludere che lo scenario che si apre per il Venezuela nei prossimi mesi sarà abbastanza complesso. Sicuramente il Parlamento che verrà eletto a dicembre avrà la delicata responsabilità di affrontare la crisi – dei confini ed economica – con provvedimenti coraggiosi.

Continua incessante e inarrestabile l’afflusso di colombiani verso il Venezuela. Il Presidente venezuelano Nicolàs Maduro ha addirittura denunciato una quasi “invasione” del paese da parte degli immigrati colombiani. Secondo quanto sostiene Mauro Bafile – direttore de La Voce d’Italia a Caracas – il Presidente Maduro dimentica l’enorme ricchezza che la presenza di colombiani rappresenta nel paese in termini di lavoro e interscambio culturale. Il Presidente Maduro ha fatto notare inoltre che dall’inizio del 2015 ad oggi 121.000 colombiani hanno varcato la frontiera venezuelana. Si tratterebbe soprattutto di persone con bassi livelli di istruzione e privi di denaro che sfuggono alla guerrilla colombiana cercando rifugio nel Venezuela socialista e nei molteplici benefici sociali che il paese offre. Ciò riflette sempre l’opinione del Presidente Maduro, parere che è stato smentito nei numeri in quanto i colombiani giunti in Venezuela non sarebbero tanti quanti quelli indicati dal Presidente.

Attualmente in Venezuela vivono circa 5,6 milioni di colombiani che usufruiscono delle politiche sociali garantite dallo stato venezuelano. Ma ciò che desta maggior preoccupazione è il fatto che assieme ai colombiani sono arrivate nel paese anche le mafie e le bande paramilitari, queste ultime pronte a destabilizzare il governo che ne ostacola i traffici e che ne contrasta gli interessi.

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Come conseguenza della crisi dei confini che il Venezuela sta attraversando, il Presidente Maduro ha deciso di dichiarare lo stato di emergenza nella regione del Tachira nel mese di agosto. Questo ha comportato la militarizzazione della frontiera tra Colombia e Venezuela nonché la sua chiusura al transito di merci e cittadini. La misura è stata presa inizialmente per 72 ore ed è poi stata prolungata per un tempo indefinito e approvata dal Parlamento all’unanimità. Lo stato di emergenza è una misura contemplata nella costituzione in situazioni eccezionali e prevede la sospensione di alcune garanzie (per maggiori informazioni consultare il seguente link http://ilmanifesto.info/lo-stato-deccezione-del-tachira/). La decisione di dichiarare lo stato di emergenza nella regione del Tachira è avvenuta a seguito di una serie di spiacevoli eventi che hanno recentemente coinvolto tale zona. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, però, è stata la recente aggressione di un gruppo paramilitare a un’unità di frontiera venezuelana. Nonostante oltre il 70% della popolazione venezuelana di frontiera approvi una tale misura eccezionale, alcune Ong che tutelano i diritti umani – come Provea – si oppongono allo stato di emergenza e protestano contro le campagne a loro avviso xenofobe nei confronti degli immigrati colombiani. Anche il Presidente colombiano Santos è intervenuto esortando le autorità venezuelane a rispettare i diritti umani degli immigrati colombiani e denunciandone le deportazioni forzate.

L’8 settembre Maduro ha deciso di chiudere un altro grande confine tra lo stato Zulia in Venezuela e il Guajira in Colombia mentre il 14 settembre ha esteso tale misura al di sotto della frontiera tra tra gli stati Apure e Arauca. Poiché le tensioni tra i due paesi confinanti continuavano, lunedì 21 settembre i due leader si sono incontrati a Quito in Ecuador per cercare di risolvere la “crisi dei confini”. I leader si sono accordati per una “progressiva normalizzazione” dei loro confini comuni anche se non hanno ancora stabilito una data per la riapertura degli stessi. Nonostante ci si stia muovendo lentamente verso una soluzione di tale crisi, un veterano diplomatico ritiene che questa crisi rappresenti una delle più preoccupanti negli ultimi tempi.

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Dal canto suo, Mauro Bafile esprime numerosi dubbi sulla decisione di militarizzare e chiudere la frontiera venezuelana a pochi mesi dalle prossime elezioni parlamentari. Anche la Mesa de la Unidad Democràtica – la principale coalizione di centro e sinistra del paese – ritiene che lo stato di emergenza possa essere considerato una “prova generale” in vista di un’ipotetica sospensione delle elezioni parlamentari che con molta probabilità il governo avrebbe già perso.

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Sempre Bafile ritiene che lo stato di emergenza sia stato dichiarato per distogliere i venezuelani dai reali problemi del paese, ovvero l’alto costo della vita e la caduta libera del prezzo del greggio. Le ragioni del calo del prezzo del petrolio sono essenzialmente tre: l’eccesso di offerta, il rallentamento dell’economia cinese e il recente accordo sul nucleare iraniano. Per quanto riguarda la prima ragione, i produttori Opec hanno deciso di mantenere inalterata la loro quota di produzione di petrolio per timore di perdere fette di mercato, mentre anche l’offerta di petrolio americano è in costante aumento. La contrazione dell’economia cinese, poi, fa supporre un consumo di greggio più contenuto. Infine, l’allentamento dell’embargo per l’Iran previsto dal nuovo accordo raggiunto, permetterà al paese di esportare nuovamente greggio. In un paese come il Venezuela che dipende per il 95% dal petrolio, la caduta del prezzo del barile di greggio rappresenta un duro colpo per l’economia nazionale.

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Senza addrentrarci ulteriormente in questioni economiche, si può concludere che lo scenario che si apre per il Venezuela nei prossimi mesi sarà abbastanza complesso. Sicuramente il Parlamento che verrà eletto a dicembre avrà la delicata responsabilità di affrontare la crisi – dei confini ed economica – con provvedimenti coraggiosi.

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