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Le italiane emigrano di più e diventano mamme lavoratrici- Corriere Della Sera, di Camilla Gaiaschi.

agosto 11, 2015 by Italo 

“Le migrazioni verso l’estero sono aumentate in maniera vertiginosa negli anni della crisi: +146% dal 2007. Due terzi degli oltre 125mila migranti sono italiani e la maggior parte di loro parte per lo più dal Nord. Nello stesso periodo è calato il numero di stranieri in ingresso e sono saliti i trasferimenti degli italiani da Sud a Centro-Nord: 1 milione e 30 mila dal 1998. Un nuovo esodo? Serve cautela “. Queste le riflessioni che Camilla Gaiaschi- autrice dell’ebook La geografia dei nuovi lavori. Chi va, chi torna, chi viene appena uscito con i Quaderni della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli – affida alle pagine del Corriere della sera nella rubrica “la 27esima ora”.
“Di certo, l’Italia appare un paese sempre meno accogliente nei confronti di chi viene da fuori e sempre più incapace di allocare il capitale umano che ha formato al proprio interno. Ciò è vero in particolare per le donne: si laureano di più e con i migliori voti, ma le opportunità sul mercato del lavoro, non sono le stesse rispetto agli uomini. Il divario è già visibile ad un anno dalla laurea: secondo AlmaLaurea il tasso di occupazione delle donne che hanno conseguito una laurea magistrale a un anno di distanza supera di poco il 50%, contro il 60% di quello maschile (AlmaLaurea, Condizione occupazionale dei laureati, XVII Indagine, 2015). E si allarga con il passare del tempo: è la famosa “Lakey pipeline”, il tubo che perde. Perde talenti in entrata. E perde talenti nel mentre, a mano a mano che si progredisce nella carriera. E tuttavia, con l’occupazione femminile ai minimi in Europa l’opzione “estero” non è sempre sinonimo di parità. Secondo un’interessante ricerca del centro Altreitalie, Globus e Locus del 2014, le italiane che lavorano all’estero risultano avere contratti meno tutelati dei rispettivi “expat” uomini: solo il 51% ha un contratto a tempo indeterminato contro il 59% degli uomini. Il soffitto di cristallo non viene meno: il 27% dei maschi all’estero ha un ruolo di dirigente o direttivo, mentre le donne superano di poco 10%. Una nota positiva proviene dal mondo universitario, dove i rapporti tra i generi risultano equilibrati, con il 16% delle ricercatrici (14% gli uomini) e il 5,6% docenti universitari contro il 5 % maschile (M. Tirabassi e A. del Prà, La meglio Italia. Le modalità italiane nel XXI secolo, Torino, Accademia University Press, 2014).
Non è un mistero che paesi come la Svezia o l’Olanda presentino livelli di segregazione di genere (orizzontale e verticale) elevati, e che il paygap tra uomini e donne in Italia sia tra più bassi in Europa (anche grazie alla scarsa diffusione del part-time femminile nel nostro paese). La differenza tra l’Italia e l’estero, semmai, la fanno le politiche del welfare per le madri lavoratrici: spesso per loro lavorare all’estero significa non essere costrette a scegliere tra maternità e lavoro. Difficile poi tornare indietro.

“Le migrazioni verso l’estero sono aumentate in maniera vertiginosa negli anni della crisi: +146% dal 2007. Due terzi degli oltre 125mila migranti sono italiani e la maggior parte di loro parte per lo più dal Nord. Nello stesso periodo è calato il numero di stranieri in ingresso e sono saliti i trasferimenti degli italiani da Sud a Centro-Nord: 1 milione e 30 mila dal 1998. Un nuovo esodo? Serve cautela “. Queste le riflessioni che Camilla Gaiaschi- autrice dell’ebook La geografia dei nuovi lavori. Chi va, chi torna, chi viene appena uscito con i Quaderni della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli – affida alle pagine del Corriere della sera nella rubrica “la 27esima ora”.

“Di certo, l’Italia appare un paese sempre meno accogliente nei confronti di chi viene da fuori e sempre più incapace di allocare il capitale umano che ha formato al proprio interno. Ciò è vero in particolare per le donne: si laureano di più e con i migliori voti, ma le opportunità sul mercato del lavoro, non sono le stesse rispetto agli uomini. Il divario è già visibile ad un anno dalla laurea: secondo AlmaLaurea il tasso di occupazione delle donne che hanno conseguito una laurea magistrale a un anno di distanza supera di poco il 50%, contro il 60% di quello maschile (AlmaLaurea, Condizione occupazionale dei laureati, XVII Indagine, 2015). E si allarga con il passare del tempo: è la famosa “Lakey pipeline”, il tubo che perde. Perde talenti in entrata. E perde talenti nel mentre, a mano a mano che si progredisce nella carriera. E tuttavia, con l’occupazione femminile ai minimi in Europa l’opzione “estero” non è sempre sinonimo di parità. Secondo un’interessante ricerca del centro Altreitalie, Globus e Locus del 2014, le italiane che lavorano all’estero risultano avere contratti meno tutelati dei rispettivi “expat” uomini: solo il 51% ha un contratto a tempo indeterminato contro il 59% degli uomini. Il soffitto di cristallo non viene meno: il 27% dei maschi all’estero ha un ruolo di dirigente o direttivo, mentre le donne superano di poco 10%. Una nota positiva proviene dal mondo universitario, dove i rapporti tra i generi risultano equilibrati, con il 16% delle ricercatrici (14% gli uomini) e il 5,6% docenti universitari contro il 5 % maschile (M. Tirabassi e A. del Prà, La meglio Italia. Le modalità italiane nel XXI secolo, Torino, Accademia University Press, 2014).

Non è un mistero che paesi come la Svezia o l’Olanda presentino livelli di segregazione di genere (orizzontale e verticale) elevati, e che il paygap tra uomini e donne in Italia sia tra più bassi in Europa (anche grazie alla scarsa diffusione del part-time femminile nel nostro paese). La differenza tra l’Italia e l’estero, semmai, la fanno le politiche del welfare per le madri lavoratrici: spesso per loro lavorare all’estero significa non essere costrette a scegliere tra maternità e lavoro. Difficile poi tornare indietro.

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