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La storia del ristorante Amarcord e dell’italico che portò Fellini in Slovacchia

settembre 6, 2011 by Italo 

C’è bisogno di piú organizzazione nella promozione dei prodotti italiani, una promozione che si regge ancora troppo sull’intraprendenza dei singoli.

Con questa affermazione di Gabriele Pelliccioni, già intervistato due anni fa su questo blog, ripartono le interviste agli ambasciatori del gusto italiano. Interviste che rimangono all’interno dell’iniziativa Marchio ospitalità italiana, il progetto frutto della collaborazione tra Unioncamere e FIPE, con il supporto operativo dell’IsNaRT, ed hanno l’obiettivo di far conoscere le facce, le esperienze e le “ricette” di chi ha fatto della qualità italiana il proprio core business.

E su questo Pelliccioni ha molto da insegnare: arriva infatti in Slovacchia circa 20 anni fa e qui apre subito (forse troppo presto, sostiene lui stesso) un Cash and Carry di prodotti italiani che però all’epoca non viene apprezzato da un paese non ancora preparato per una una cultura gastronomica di nicchia come quella italiana.

Così Pelliccioni, da vero Romagnolo, eclettico ed intraprendente, inizia ad occuparsi di altro, abbigliamento, per poi tornare, 6 anni fa, al primo amore, quello per la cucina: nasce così “Amarcord Romagna”, che rimanda al titolo di uno dei più celebri film di Fellini.

E così, in una zona situata un po’ fuori dalle grande arterie autostradali e dove vivono tra l’altro moltissimi francesi che lavorano nelle aziende transalpine che qui sorgono, è stato creato un piccolo avamposto di Romagna. Il riconoscimento è tale da attirare clienti dalla capitale: “Chi viene qui deve venire appositamente, magari con il passaparola dei clienti soddisfatti che già ci sono stati.”

Gli approvvigionamenti del ristorante vengono portati dalla Romagna, dove è lo stesso Pelliccioni a trattenere rapporti con numerosi produttori locali, perché “all’Amarcord Romagna si fa la pasta fresca, e si fa pure bene”, e per garantirne la qualità bisogna puntare su ingredienti ricercati.

Si vanta Pelliccioni, a ragione, di aver insegnato agli slovacchi ad apprezzare la buona cucina italiana, ma c’è ancora molto lavoro da fare: “gli abbinamenti proposti sono sempre richiestissimi ed accolti ogni volta con sorpresa, sintomo che ancora il prodotto italiano non è conosciuto come merita”.

C’è bisogno dunque di piú organizzazione nella promozione dei prodotti italiani, una promozione che si regge ancora troppo sull’intraprendenza dei singoli, più che su un disegno unitario collettivo. E su questo Pelliccioni, che è una fucina continua di progetti, sta pensando ora ad un “outlet”, con le virgolette, come ci tiene a precisare. Piccola Italia, questo il nome, sarà composto da sole aziende esclusivamente italiane con filiera cortissima: dal produttore al consumatore.

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