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L’automotive visto dall’interno: l’esperienza di Brovedani

novembre 23, 2009 by Italo 

“Non siamo venuti in Slovacchia per starci 5 minuti”, così esordisce Lorenzo Rumiz, amministratore delegato della Brovedani Slovakia s.r.o., nonché consigliere della Camera Commercio Italo-Slovacca.

La sua è un’idea precisa su cosa significhi lavorare nell’automotive e , come per lanciare una sfida,  invita gli imprenditori italiani a diventare sub fornitori di Brovedani Slovakia.

Brovedani arriva in Slovacchia nel 2005 (qui le foto dello stabilimento oggi) e, come afferma quasi scherzando lo stesso Rumiz ” abbiamo cominciato per scherzo con 15 persone e 3.000 mq.

Nel prossimo fuuro gli attuali investimenti porteranno Galanta ad essere il secondo stabilimento di Brovedani Group per dimensione, con 270 dipendenti su 10.000 mq e un fatturato stimato di 25 milioni di euro.

In tutto i clienti di Brovedani Group sono 5, tutti dell’automotive, con Bosch in prima fila: questo comporta imponenti piani di investimenti sul lungo periodo, come quello in Messico.

“Se non avessimo investito in Messico saremmo tagliati fuori dalla Bosch nel giro di 10 anni” con tutte le conseguenze che questo comporta.

Il punto di vista di Brovedani ci permette di carpire alcuni aspetti dell’internazionlizzazione, noti solo a chi è del settore: gli investimenti a volte non bastano perchè, per esempio, è richiesta la massima trasparenza verso il cliente.

“Vogliono sapere tutto: non fantasie ma numeri” dalla proprietà all’ultimo dipendente e almeno 2 figure che garantiscano la proprietà dell’azienda a lunghissimo termine (5-10 anni).

Quando poi il cliente si sposta, bisogna seguirlo: essere a 200 minuti di raggio, questo il requisito richiesto da Eaton quando si è spostata a Bielsko Biala, in Polonia.

La Slovacchia era la scelta più interessante, perché ha una buona rete autostradale, una serenità di governo, le persone lavorano e c’erano interessanti sovvenzioni per gli investimenti.

Una internazionalizzazione che non scappa dalle tasse o dai costi occidentali della manodopera, noi siamo venuti in Slovacchia perchè questo stabilimento ha la possibilità di salvare tutti gli altri.”

Lorenzo Rumiz stima in circa 50-60% le aziende sane presenti sul territorio slovacco.

Dai pionieri che si incontravano nel ‘91 (anno in cui Rumiz è arrivato in Slovacchia) si è passati alle piccole imprese e, dopo un vuoto di un paio d’anni dovuto ad un governo che non si sapeva come si stava muovendo, sono arrivate anche le grandi aziende”.

Sulla crisi ha un’opinone precisa: “domani solo chi ha investito in macchine ultra moderne, in personale qualificato, in conoscenze, formazione e lingue, potrà sopravvivere“. E infatti il fatturato di Brovedani Slovakia a marzo ha ricominciato a crescere, “ma attenzione perché ancora non è arrivata l’onda grande. La prima scogliera è stata l’automotive, un settore che assorbe tutti i mercati“.

Un punto molto interessante dell’intervista a Lorenzo Rumiz è il passaggio sui sub-fornitori: stiamo pensando e cercando di coinvolgere anche altri imprenditori italiani a piazzarsi nel nostro nuovo impianto. Noi gli diamo tutto quello che gli serve e lo controlliamo perché non è facile essere certificati ISO.

Potremmo fare così o potremmo fare tutto da noi come abbiamo fatto fino ad adesso, perché non è facile trovare imprenditori che accettino sfide così impegnative. Per investire nell’automotive ci vuole polso e grandi investimenti a lungo termine“.

Chi ha orecchie per intendere..

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